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Park Associati: tradizione contemporanea

di Alessandra Coppa

Nel nuovo studio di via Garofalo a Milano, con una ventina di collaboratori in un ampio open space, si respira l’atmosfera distesa di un laboratorio d’idee “aperto a mille suggestioni e stimoli”.
Park Associati, fondato da Filippo Pagliani e Michele Rossi, nasce come fusione della vecchia e della nuova scuola e affronta le varie scale del progetto, dalla lampada a un complesso per uffici, dalla torre multifunzionale al residenziale con un approccio trasversale. Lo studio lavora alimentandosi con suggestioni che derivano dal contesto, ricercando nuove sperimentazioni tecnologiche, funzionali e formali che siano in equilibrio e dialogo con l’ambiente. Questa gestione della complessità progettuale in ogni sua fase apre possibilità compositive inedite dove architettura, tecnologia e materiali disegnano soluzioni spaziali sempre nuove, in costante relazione con il luogo.
I progetti nascono come sintesi di due visioni, quella di Filippo e di Michele, come somma di processi partecipati.
«Il progetto è per noi un mondo da raccontare e investigare in molteplici direzioni. Per questo è fondamentale l’aggiornamento continuo delle conoscenze e della pratica costruttiva, il dialogo e il confronto».

E’ questa la vostra filosofia, che vi permette di affrontare sia la scala urbana sia quella architettonica, dai progetti sul terziario agli edifici per la produzione, dal residenziale al design?
«Con Michele Rossi abbiamo sempre cercato di evitare il concetto di specializzazione, di seguire delle direzioni ben definite tipiche di quella che agli inizi del 2000 sembrava fosse la tendenza dominante. Ci interessava di più avere una visione più aperta e trasversale sull’attività della progettazione per concentrarci su varie scale d’intervento che vanno dall’urbanistica, all’architettura fino al design.
Per questo abbiamo approfondito quella che era la tradizione dei nostri maestri del movimento moderno “dal cucchiaio alla città” e l’abbiamo messa in pratica. Questa scelta ci ha permesso oggi di essere molto dinamici, di toccare varie scale d’intervento e di tipologie di progetto che vanno da architetture ex novo, alle residenze, agli headquarters di diverse società, uno dei campi più dinamici e che hanno subito più trasformazioni negli ultimi anni. L’altro settore sul quale siamo impegnati è quello della ristrutturazione di edifici “moderni” milanesi del dopoguerra. Il tema del riuso degli edifici dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta sta diventando un campo di ricerca molto interessante e attuale. Si tratta di architetture legate al mondo del lavoro che necessitano oggi di una revisione totale, poiché quel mondo è completamente mutato e le richieste dei grandi gruppi sono cambiate nei termini della qualità della costruzione. Erano degli edifici “energivori” per eccellenza, oggi la tendenza è costruire edifici che consumino il meno possibile, un tema che oggi sta diventando molto forte».

Infatti vi siete occupati del Palazzo Campari, progettato nel 1962 da Ermenegildo e Eugenio Soncini nel cuore di Milano, affrontando problemi e soluzioni per l’inserimento in un tessuto storico complesso. Come è avvenuto il restyling?
«Il palazzo della Serenissima, ex Palazzo Campari, si trova in un punto nevralgico della Milano storica, estremamente denso di permanenze importanti: Via Turati, di fianco alla Ca’ Brutta di Muzio, di fronte alla Permanente, innestato fra gli edifici di Ponti. Questo edificio aveva in se’ delle caratteristiche molto interessanti. è un edificio storico dei fratelli Soncini dei primi anni Sessanta che si è rivelato nel momento in cui l’abbiamo ripulito e messo a nudo, lasciando uno scheletro molto interessante. La struttura è a ponte e si appoggia al perimetro esterno dell’edificio, non ci sono colonne nel mezzo. Tuttavia questa struttura ha creato negli anni un problema serissimo di ponte termico. Questa condizione energetica era diventata inaccettabile».

Come avete risolto questo problema rispettandone l’identità ma introducendo dei cambiamenti significativi della sua immagine?

«Abbiamo cominciato ad analizzare la facciata quale elemento vitale per dare nuova linfa e rigenerare l’edificio e abbiamo progettato un sistema di arretramento rispetto alla facciata originaria staccando completamente la nuova facciata di 35 centimetri rispetto al filo d’origine per creare un gioco di “partitura musicale” in grado di dare un nuovo ritmo alla facciata. Questa scelta progettuale ci ha permesso il recupero di 360 metri quadrati di superficie utile traslata al piano terra».

L’edificio U27 Nestlé Building, che si inaugurerà a metà aprile, presenta un approccio analitico all’articolato sistema degli accessi all’area di Milanofiori Nord, un’attenzione particolare al contesto per i percorsi pedonali e viabilistici, per i fattori climatici e per la ricerca di una corretta integrazione dell’edificio con il Masterplan generale. Questo progetto nasce dal luogo?
«Ci siamo trovati in presenza di una sorta di micro città. Milanofiori Nord è un luogo di grande complessità poiché sono presenti il residenziale, edifici per il commercio, una piazza. Quando si interagisce con un tessuto così articolato i sistemi di accesso all’edificio diventano fondamentali.
L’edificio Nestlé è molto particolare. I committenti volevano un edificio a corte chiusa, con l’idea di campus, di luogo protetto, per 1600 persone e chiedevano un edificio completamente trasparente di vetro. Questo ci ha spiazzato, ma è stato uno stimolo per poter spingere al limite la tecnologia del vetro. Analizzando le potenzialità di stratigrafia che oggi il vetro permette, abbiamo scoperto che era possibile costruire un edificio esposto ai quattro lati utilizzando dei vetri con dei comportamenti diversi rispetto all’orientamento della facciata. è nato un edificio in triplo vetro con stratigrafie altamente performanti dove siamo in grado di garantire un coefficiente energetico assolutamente comparabile a un muro pieno.
Nelle corti interne, ponti sospesi vetrati mettono in collegamento le varie parti del complesso. Poi, riguardo l’idea di campus, ci siamo domandati come rompere una forma di un edificio a corte, abbiamo quindi cominciato a scardinarlo, a scomporlo come volumi, con sbalzi di 11 metri e ad alzarlo come se fosse sospeso, con una base di terracotta che rompe la struttura del basamento».

High tech in equilibrio con l’ambiente, contesto e funzione: come si esprime nei vostri progetti? Come si integrano tradizione, materiali innovativi e tecnologia?

«Come tipo di approccio non neghiamo né il vecchio né il nuovo.
Nel vecchio leggiamo sempre una traccia indelebile della costruzione, ma è ovvio che facciamo parte della contemporaneità, crediamo che la ricerca nei materiali e nelle nuove tecnologie porti ad avere una visione innovativa. Quando operiamo in ambito milanese è forte il richiamo alle architetture nobili dei grandi maestri degli anni Cinquanta, questo forse per un nostro imprinting personale, però siamo molto curiosi e continuiamo a esserlo per quanto riguarda le nuove tecnologie costruttive e i nuovi materiali».

Avete mai utilizzato la ceramica?
«La ceramica è sempre stato un materiale legato a un concetto di interni.
Oggi in questo campo vediamo un’evoluzione impressionante, ci sono delle trasformazioni significative dal punto di vista tecnologico e industriale. Non ci siamo mai cimentati in questo campo materico in modo sperimentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto su tre filoni: la lavorazione dell’alluminio (dalla Salewa alla Serenissima, fino al Cube), un materiale che ci ha permesso di esprimerci al meglio; l’altro è il vetro, un materiale sul quale abbiamo fatto molta ricerca, è trasparente ma può proteggere in modo corretto l’edificio.
Ultimamente abbiamo utilizzato rivestimenti di materiali della tradizione classica utilizzandoli in modo innovativo come il cotto.
L’edificio della Nestlé racconta il passaggio tra il cotto e il vetro come due materiali che dialogano in modo diretto, uno legato al terreno e l’altro che si libera nello spazio».

Fondato nel 2000 da Filippo Pagliani e Michele Rossi, Park Associati è uno studio di progettazione architettonica che opera su una vasta scala di intervento. Nell’ambito complesso e fluido del luogo urbano, lo Studio realizza progetti di ampio respiro nei campi del terziario, della produzione e della residenza. Altrettanto rilevante nel lavoro dello studio è la progettazione per il mondo del design così come la progettazione d’interni, che viene seguita con cura artigianale dei dettagli. Tra le realizzazioni più recenti: il nuovo headquarters Nestlè ad Assago (Milano), la ristrutturazione dell’edificio ‘La Serenissima’ a Milano, il ristorante itinerante ‘The Cube by Electrolux’, il nuovo headquarters Salewa a Bolzano, il complesso residenziale ad Azzate (Varese) e il restyling dell’edificio Gioiaotto, in fase di realizzazione. Lo studio sta realizzando il nuovo concept per gli store internazionali della casa di alta moda italiana Brioni. Per il design, la recente lampada a sospensione Ibla prodotta da Zumtobel, così come una serie di nuovi prodotti (tavoli e sedia) per Driade.