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Questioni di posa: il significato dei segni

di Alfredo Zappa

A fissare le prime regole note furono gli opus romani, con le celeberrime texture (incertum, quadratum, reticulatum, vittatum, testaceum). Molto più che semplici disegni di posa, mediavano sapientemente tra creatività e rigore, nel rispetto delle conoscenze tecniche a garanzia non solo del risultato estetico, ma anche della costanza qualitativa e durabilità del rivestimento pavimentale. Prima di loro furono i mosaici, il cui disegno ornamentale a soggetto figurativo o a schema geometrico privilegiava l’aspetto artistico espressivo di disporre pazientemente piccole tessere policrome (in vetro, pietra o cotto) sul piano di calpestio.

Il suo etimo è di origine greca e può essere tradotto come “opera paziente delle muse”. Per ritrovare invece superfici caratterizzate da disegni a reticoli geometrici bisogna risalire nel tempo di circa 6000 anni, quando nell’antica Olinto, città greca della Calcidica, furono eseguite splendide pavimentazioni che alternavano ciottoli bianchi e neri.
La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa condizione predeterminata, affermava il filosofo Theodor Adorno. E l’evoluzione nel corso del tempo dei disegni di posa delle pavimentazioni, dall’età classica sino all’epoca della riproducibilità tecnica, è in fondo riconducibile a questa logica.
Da sempre, architetti e posatori hanno misurato i loro gradi di libertà attraverso le possibilità che sono riusciti a conquistare grazie alla loro abilità e intelligenza.
Nelle arti e nell’architettura, il gesto e i significati sono spesso legati alla capacità di approfittare appieno delle opportunità offerte dalla tecnica e dai materiali, ma spesso è innegabile come grandi passi avanti siano stati fatti spingendo questo rapporto sino ai limiti della trasgressione, facendo in sintesi esperienza dagli errori.
E come sostiene Giancarlo Livraghi: “Non sempre gli errori sono stupidi. Quando la lezione che si impara vale di più del danno provocato da un errore, il risultato si colloca nel quadrante dell’intelligenza”.
E di intelligenti trasgressioni ci parlano le pavimentazioni delle basiliche tardo medioevali create dai Magister Cosmatus, attraverso invenzioni geometriche scaturite da intuizioni dettate dalla pratica costruttiva, capaci di generare complesse configurazioni geometriche mediante la combinazione di figure elementari attinte da un limitato vocabolario. Intelligenti al punto da stimolare i matematici contemporanei a decriptarne algebricamente i pattern. Sorte analoga per alcune opere pavimentali di Carlo Scarpa, in primis l’apparato giustapposto di forme, materiali e colori congegnato per la Fondazione Querini Stampalia a Venezia. Da questi e molti altri maestri il disegno di una pavimentazione ha attinto per dar luogo a superfici capaci di comunicare significati non solo espressivi, impiegando la geometria come forma di descrizione e narrazione dello spazio, fino a sperimentare la possibilità di evadere dalla percezione del piano, alludendo a forme tridimensionali attraverso veri e propri trompe-l’œil o camuflage.

Così la ricerca espressiva, accompagnata dalla sempre più articolata offerta produttiva sviluppata dalle aziende del settore, ha conosciuto uno sviluppo esponenziale attraverso le opportunità offerte dalla combinazione di più formati (di serie o sagomati ad hoc), dalle tavolozze cromatiche degli elementi ceramici, dalle finiture superficiali (naturali, lucidate, smaltate, strutturate), dalla dimensione e dal colore delle fughe. Un universo all’interno del quale l’architetto può attingere per sottolineare la forma, il ritmo, la composizione, gli accenti funzionali, i valori e i plusvalori della sua composizione. In funzione degli obiettivi, facendo leva su materia, forma, colore, geometria, modularità, simmetria, ripetitività, pattern, la pavimentazione in ceramica può assumere la fisionomia di un elegante e indifferenziato continuum spazio-temporale così come trasformarsi in una mappa strumentale a suscitare emozioni o suggerire opportunità di fruizione degli ambienti: indicare percorsi (non solo con i colori, ma anche attraverso l’impiego di elementi a rilievo a supporto degli ipovedenti), scandire gli spazi, i dislivelli e i salti di quota, sottolineare gerarchie e funzioni, identificare aree qualificate, scorci prospettici e molto altro ancora. Una sorta di linguaggio dei segni, dove la pavimentazione ceramica si trasforma in qualcosa che rinvia a qualcos’altro. Una dimensione dove la piastrella è parola, le regole della costruzione sono la grammatica e l’architetto colui che assume il compito di trasformarle in letteratura.

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