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Paolo Desideri, ABDR: creatività al centro

di Alessandra Coppa

Una formazione tra ingegneria e architettura con la convinzione che il progetto contemporaneo debba ogni volta ridefinire il rapporto con il proprio engineering, Paolo Desideri raccoglie l’eredità dei maestri degli anni Cinquanta e Sessanta, da suo padre a Pier Luigi Nervi e Sergio Musmeci. I progetti esprimono la forza di restituire concretezza al progetto esaltandone le sua dimensione costruttiva e l’organizzazione tecnica. Paolo Desideri
Gli ABDR, gruppo romano costituito da Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri e Filippo Raimondo, riescono infatti a mediare tra il fare artigianale e i materiali e le tecniche della produzione industriale, la pratica del “mestiere” e tecnologie innovative, sempre a servizio della finalità e della morfologia dell’opera nel rispetto e nel dialogo serrato con il contesto, al fine di ritrovare nelle occasioni concrete del fare progettuale il rapporto con le cose attraverso le potenzialità del “progetto materico”. Tuttavia la creatività è al centro delle scelte e della prassi progettuale che ABDR riesce a integrare con equilibrio, conoscenze costruttive, tecniche ed estetiche.

Professore e professionista, come riesce a conciliare l’insegnamento di progettazione all’università e il mestiere di architetto?
Uno dei grandi problemi dell’architettura riguarda proprio il rapporto tra formazione professionale e lavoro. Concilio insegnamento e lavoro in modo molto antico, ovvero rammentando che l’etimo tra “professore” e “professionista” è lo stesso: è colui che ha qualcosa da professare. Il problema è che ci troviamo di fronte a una Scuola che è una sorta di celibato, lontana da qualsiasi forma di attività professionale. Chi insegna una materia come la mia, che è la progettazione architettonica, dovrebbe progettare e costruire edifici. La mia è un’attività di architetto militante tra scuola e bottega, una trasmissione del sapere molto concreta.

Nuovo-Teatro-Opera-Firenze

Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze

Ha parlato di “bottega”, quanto c’è di “artigianale” nella sua professione?
La professione purtroppo ha preso la definizione dell’“office di progettazione”, una formula che negli anni Cinquanta e Sessanta vedeva l’Italia all’avanguardia tra espressione artigianale e innovazione tecnologica: un processo che in Italia è scemato, ma che oggi è esploso nel resto del mondo. I grandi office in Italia, come il nostro, attualmente sono pochi.

Nei vostri progetti come quello dalla stazione per l’alta velocità a Roma Tiburtina c’è sempre l’intenzione di costruire parti di città, una grande piazza, una sorta di monumentale “boulevard” sopraelevato per risolvere la connessione tra i due quartieri. A Firenze nel progetto del Nuovo Auditorium si nota l’intento di legare la città al parco delle Cascine. Si può parlare di “carattere urbano” nel vostro modo di intendere l’architettura?
È vero, questo è un punto centrale del nostro modo di progettare. Ci sforziamo di agire e di operare tuttavia non solo considerando il contesto urbano, ma riferendoci a un rapporto più generale tra architettura e contesto, sia urbano sia paesaggistico. L’intento è quello di interpretare i contesti e le loro complessità, quello che una volta si chiamava genius loci. Questo significa avere la consapevolezza che quello che stiamo disegnando non è un oggetto ma una sorta di quadro enigmistico in cui sei chiamato a scrivere cinque lettere in orizzontale e verticale, dove il valore strategico di quelle lettere devono dare il senso a tutta la frase, sapendo che questa frase è per il novanta per cento già scritta. è necessario ripartire dalla traccia del luogo per trovare il senso, come in un esercizio enigmistico: il territorio è sempre un enigma che si disvela nel momento in cui si è in grado di fare un progetto che prosegua quel testo monco.

Palazzo delle Esposizioni, Roma

Palazzo delle Esposizioni, Roma

La vostra attenzione per il genius loci passa anche attraverso l’attento uso dei materiali.
Ci parla del rapporto con il contesto dei vostri progetti, che mi sembra rivivere attraverso l’uso dei materiali, non tanto nella riproposizione delle forme?
Nel progetto di architettura non c’è dubbio che le nostre strategie siano espresse attraverso un ponderato uso dei materiali e delle texture. Contrapporre antico e moderno significa operare in una falsa dialettica. Non dobbiamo rispondere all’antico con il linguaggio, ovvero far rispondere l’archetto all’archetto o la colonnina alla colonnina. Non è solo una questione linguistica ma implica ragioni molto più profonde. Il modo per superare questa falsa dialettica è fondato sul trucco della ricontestualizzazione attraverso la metericità delle cose, gli odori, i colori, la sensorialità dei materiali.

Il progetto e i materiali dunque rivelano il rapporto tra le cose?
Assolutamente sì e tutte le scale, attraverso l’archeologia dei segni. Tutto questo alla scala dell’architettura minuta vuol dire declinare sulla matericità.

Nuova stazione alta velocità, Casablanca (Marocco)

Nuova stazione alta velocità, Casablanca (Marocco)

A Firenze il cotto smaltato e il marmo cipollino, a Roma i materiali quasi industriali come il corten…
Non esiste un modo di catalogare i materiali come “moderni” o “antichi”, ma ricreare le modalità nelle quali viene usato un materiale, modalità in grado di ricontestualizzare il moderno sull’antico.
Abbiamo reinventato il cipollino usato nel battistero, che in realtà a Firenze era esaurito, fotografando le poche lastre rimaste ad alta risoluzione e le abbiamo riprodotte.

Avete mai sperimentato le potenzialità del materiale ceramico?
Lo utilizziamo moltissimo come il brise soleil in cotto di Sannini, un sistema molto efficace che ha prodotto atmosfere molto diverse a Tiburtina e a Firenze. Il sistema tecnologico è il medesimo e prevede dei montanti a coltello ancorati al muro che portano un tubolare che infila un certo numero di mattoni. A Tiburtina sono stati impiegati listelli di cotto mentre a Firenze abbiamo usato mattoni di Impruneta smaltati a mano. A Tiburtina è un prodotto artigianale ma che va nella direzione della modernità, mentre a Firenze il risultato è artigianale, legato alla cultura del luogo.

Un’altra costante dei vostri progetti è la forte componente di controllo tra architettura e di 
engineering. Come conciliate il rapporto tra 
innovazione e ricerca tecnologica?
È difficile “conciliare” ma è anche l’occasione di un esaltante opportunità. Per quanto mi riguarda e per Maria Laura Arlotti, con cui condivido lo studio, abbiamo la stessa formazione e una vecchia tradizione familiare perché i nostri padri lavoravano nello studio di Nervi. In quello studio, negli anni ’50, si respirava una clima assolutamente non ingegneristico. Di Nervi non ricordo molte cose, allora ero un bambino, ma rammento con certezza che gli dissi: “ma come fate a fare questi calcoli?”, “Non c’è calcolo – rispondeva – c’è intuizione!”. Questo primato dell’intuizione non vuol dire “colpo di genio”, ma la capacità culturale di capire come le spinte si orientavano nello spazio.
Da allora le cose si sono molto complicate, per noi oggi praticare il rapporto con l’engineering significa entrare nella categoria dei sistemi complessi. Il progetto moderno degli anni 50 poteva essere ottimizzato attraverso le sue poche sottovariabili: le strutture, gli impianti.
Oggi la gente non capisce che quando noi iniziamo un progetto complesso concorrono una quantità incredibile di variabili di carattere normativo, tecnico, contestuale, immateriale; poi ci sono le problematiche della limitatezza delle risorse delle opere pubbliche. Cose che ci pongono davanti a una situazione dove l’ottimizzazione del processo non può più essere fatta in base al vecchio schema della serialità, dalla forma alla struttura.

Stazione alta velocità "Roma Tiburtina"

Stazione alta velocità “Roma Tiburtina”

L’ “intuizione” di Nervi può essere ancora d’aiuto per la gestione della complessità?
Lo strumento principale per gli architetti nei confronti della crescita della complessità è la “creatività”. Sono convinto che la soluzione della complessità passa soltanto attraverso una forte torsione dell’esercizio professionale che deve andare nella direzione del problem solving, non in quella problem adding tipica dell’architettura gestuale delle archistar. L’integrazione del progetto è determinata da un salto di ruolo della creatività, questo è il dato eccezionale che rimette l’architetto al centro dell’operazione. Parlare di engineering non vuol dire riconoscere la supremazia degli ingegneri ma riconoscere la supremazia della creatività nel problem solving. Tuttavia per fare questo è necessario avere coscienza di tutti i problemi attraverso la morfologia, non la tecnologia.

La creatività è dunque il primato e la speranza dell’architettura italiana?
Lo dobbiamo rivendicare. Che cos’è il made in Italy nell’architettura? Da un lato sono gli straordinari materiali che la nostra produzione sa fare e che non ha uguali nel mondo, ma dall’altro sono gli studi di progettazione, la fabbrica del progetto, l’office di progettazione.
Credo che il made in italy sia questa capacità di usare la creatività che sa fare solo l’italiano, usare la creatività per risolvere i problemi, il resto del mondo è creativo ma lo fa per il problem adding.

ABDR Architetti Associati
ABDR Architetti Associati ha sede in Roma. Maria Laura Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri e Filippo Raimondo dal 1982 svolgono attività professionale associata e di ricerca, regolarmente documentata sulle principali pubblicazioni del settore. Lo studio ha esposto progetti e disegni in numerose Mostre di architettura e negli Istituti Italiani di Cultura di capitali estere, ha partecipato alla XVI Triennale di Milano ed a più selezioni della Biennale di Architettura.
Nel 1997 ha tenuto una mostra monografica alla AAM di Milano e nel 2007 all’Académie Royale di Bruxelles. Nel 2010 ha partecipato alla rappresentativa italiana all’EXPO di Shanghai WTCA.
Lo studio ABDR ha meritato premi e riconoscimenti: nel 2003 il premio EUROSOLAR per l’architettura bioclimatica e nel 2010 il premio “Europe & Africa Property Awards”. Nel 2012 è vincitore della categoria istituzionale “la Ceramica e il Progetto” (Cersaie).
Nel 2012 è inoltre finalista alla Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana ed è candidato all’European Union Prize – Mies Van Der Rohe Award 2013. L’attività progettuale dello studio ABDR è principalmente svolta nei settori pubblici e privati delle grandi opere infrastrutturali, degli edifici museali e per la cultura, con una progressiva specializzazione nella progettazione integrata e nel controllo del rapporto tra architettura ed engineering.
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