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Manuel Aires Mateus: architettura come costruzione di una resistenza

di Alessandra Coppa

I Mateus costruiscono manufatti intorno all’uomo e ai suoi sensi. Rifiutano gli aleatori diaframmi di immaterialità costruttiva. I “muri”, non più esili tramezzi bidimensionali, divengono volumi contenenti spazi abitativi eretti intorno a grandi vuoti modellati dalla luce e dal vuoto, esenti dalle rigidità della normativa. Tuttavia questi “recinti” non tendono mai all’introiezione perché nascono in sinergia con l’esistente, con lo spazio interno ed esterno. Il profondo senso della condizione dello spazio architettonico è frutto della coerenza del metodo fra l’ideazione e la costruzione finalizzato annullare il peso della massa scegliendo modalità espressive lontane dagli eccessi formali che caratterizzano i linguaggi dell’architettura contemporanea. Il progetto per essere costruito necessita di tempi molto lunghi e soprattutto di molti ripensamenti. Il tempo è a loro avviso il miglior alleato del progettista poiché ne ha bisogno di molto per la definizione del “problema” dal quale far partire qualsiasi atto progettuale, è poi necessaria una innata capacità di saper “osservare”, un lento processo conoscitivo che ci svela gli indizi che andranno a definire gli elementi primari del progetto.

Francisco e Manuel Aires Mateus

Francisco e Manuel Aires Mateus

È naturale poi che i materiali che concorrono alla composizione di questa accurata orchestrazione di vuoti e di pieni ricoprano un ruolo prioritario: selezionati tra quelli che meglio possono esprimere quella determinata tettonica, nella speranza di poter un giorno realizzare un manufatto “mono-materico”. Secondo Manuel Aires Mateus, che incontriamo all’Accademia di Mendrisio, dove insegna, “l’architettura al contrario della moda è un arte che perdura nel tempo ed è caratterizza dalla durata, è l’arte della permanenza. Non deve resistere solo dal punto di vista fisico ma anche dal punto di vista concettuale che è ancora un altro ‘tempo’: la resistenza dell’idea è più lunga della resistenza fisica. Questa permanenza per noi è il rapporto con il tempo eterno, concetto che l’architettura ha sempre voluto perseguire e che ha sempre mantenuto attraverso la forma costruttiva e che oggi può essere raggiunta attraverso la coerenza globale del progetto”.

Cosa intendete per “tempo eterno” che si contrappone all’accelerazione effimera dell’architettura contemporanea?
Il concetto di tempo per noi in architettura assume diversi significati, uno è la sua resistenza in quanto oggetto fisico che resiste alla sua vita. L’altro è che l’architettura è legata alla vita, non solo intesa come funzione e immagine, ma con l’idea di verità. L’architettura è un punto di vista preciso, prende una posizione perché non è indifferente alla vita. Tuttavia l’architettura deve saper resistere al cambiamento del suo uso, come gli edifici classici che sono molto flessibili dal punto di vista funzionale e tipologico.
Questo è un rapporto con il tempo, l’architettura diventa un contenitore che supporta la vita: adattabile, diventa riconfigurabile nel tempo.

Museo del Faro di Santa Marta a Cascais

Museo del Faro di Santa Marta a Cascais (2003-2007)

Qual è il ruolo della storia, del processo conoscitivo, delle tracce, degli indizi, della memoria nel progetto?
Quello che ci interessa della storia è il suo riversarsi nel futuro. La storia è un fatto conoscitivo che fa parte del nostro processo di lavoro, la riscriviamo sempre. Non esiste come dato di fatto ma come possibilità di trasformazione. La storia deve essere riscritta nell’atto progettuale.

Dunque è il progetto a scegliere la propria realtà?
L’architetto lavora con due realtà: una è una “realtà fisica” come il budget, il programma funzionale, ma deve anche fare i conti con una “realtà culturale” che si riscrive in ogni progetto. Anche il contesto si riscrive nel progetto poiché l’architettura è una trasformazione della realtà che deve mettere in evidenza anche la preesistenza.
La cosa più importante è comunque riuscire a realizzare un buon progetto che possa ri-valorizzare l’esistente e, nel contempo, fare in modo che l’esistente valorizzi il progetto. Quando si realizza un progetto si sostituisce una realtà con un’altra ed è perciò necessario che l’architetto sia consapevole che la sua realtà sia migliore di quella che già esiste. Se il nostro lavoro raggiunge questo equilibrio allora siamo certi che non ci sarà un contrasto tra il nuovo e il contesto.

Rettorato Nuova Università di Lisbona

Rettorato Nuova Università di Lisbona (1998-2002)

Il concetto di luogo è molto presente nell’architettura portoghese a partire da Siza che afferma che “il progetto è sempre nel luogo”…
Noi crediamo che il progetto non sia “nel luogo” ma sia “nella trasformazione” del luogo. La condizione fisica del luogo suggerisce forme diverse a seconda della tipologia che dobbiamo costruire. La prima cosa che facciamo è di interpretare il progetto come strumento di comprensione del problema inteso come necessità di trasformazione. Ogni volta che iniziamo un nuovo progetto proviamo diverse possibilità, arriviamo fino alla fine per poi ricominciare da capo e rimettere tutto in gioco cercando di avvicinarci sempre di più alla risposta. Oggi il problema è di misurare il proprio intervento. Per questo il contesto diventa molto più importante, in quanto è necessario costruirsi un “limite” che ci permetta di capire cosa è più giusto fare.

Cosa intendete per “limite”, una sorta di “muro” che definisce la complessità del rapporto interno/esterno?
Se accettiamo che il centro dell’architettura è la vita dobbiamo considerare prima di tutto il concetto di spazio, una cosa che non si disegna. Lo spazio si percepisce con l’idea del limite che ha implicita una sua materialità. Tra interno ed esterno c’è un muro, c’è un limite. E’ superata l’idea dello spazio indifferenziato del Movimento Moderno. Dobbiamo costruire questo limite e attribuirgli una materialità.
Questa materialità include un’altra scala, una dimensione. Credo che la condizione del muro o la condizione del limite, sia una condizione di vita. Il muro in questo senso diventa un “campo” da esplorare con il progetto, li muro contiene un altro livello di spazio.
Nei vostri progetti i materiali giocano un ruolo essenziale nella definizione dello spazio, si nota una forte prevalenza del bianco e una tensione al “mono-materico”
Ci interessa molto l’idea di mono-materico, ovvero di utilizzare lo stesso materiale perché intensifica e dà forza alla concezione di vuoto, di spazio.
Il mono-materico definisce quella condizione di attesa, di possibilità, la variabile di utilizzo dello spazio, la polifunzionalità: spazi in attesa che ti permettono in futuro di fare tutto.
Per la prima volta stiamo realizzando un padiglione in pietra, per me la pietra è un grande materiale, ma abbiamo realizzato edifici in laterizio, in legno, stiamo anche utilizzando i materiali ceramici per la pavimentazione.
La ceramica è un materiale che ha una profondità, un rapporto con la luce che ci interessa molto.
L’esperienza della percezione spazio nei vostri progetti è spesso ottenuta spingendo gli elementi oltre la norma
Quasi tutti i nostri progetti sono “fuori legge” nel senso che non seguono la normativa.
Nella casa in Alenquer sono stati creati spazi molto interessanti, in realtà tutti questi spazi sono fuori dimensione, le camere da letto sono troppo piccole, lo spazio è troppo basso, i corridoi sono larghi solo 75 cm invece di un metro e mezzo, la scala è troppo inclinata, è stato tutto misurato in funzione della percezione dello spazio.
L’architettura deve rapportarsi con la dimensione umana. La normativa per definizione non è umana ma standard. Noi vogliamo invece ricreare una dimensione sensoriale con la spazialità.
In architettura è fondamentale il rapporto del corpo con lo spazio. L’architetto non deve essere solo scrittore, ma poeta.

Biografia
Manuel Aires Mateus (Lisbona 1963) si laurea in architettura al FA/UTL di Lisbona in Portogallo nel 1986. Collabora con l’architetto Gonçalo Byrne dal 1983 e apre uno studio a Lisbona con il fratello Francisco dal 1988. Affianca l’attività di progettazione con quella dell’insegnamento. Professore ordinario con Francisco all’Accademia di Architettura di Mendrisio dal 2001 e all’Università autonoma di Lisbona dal 1998, partecipa in qualità di docente a numerosi seminari di progettazione: è stato visiting professors alla Oslo School of Architecture nel 2009 e alla Graduate School of Design dell’Università di Harvard nel 2002 e nel 2005. Tra i progetti meno recenti vanno ricordati: la casa ad Azeitão (2003), la casa ad Alenquer (2002), la sede del rettorato dell’Universida de Nova di Lisbona (Portogallo 2001), la casa dello studente dell’Università di Coimbra (1999).Tra gli edifici realizzati negli ultimi anni, il museo del Faro di Santa Marta a Cascais (2007), il centro culturale a Sines (2005), Casa a Coruche, 2007-11, Casa a Monsaraz, 2007-11, Casa ad Aroeira, 2008-11, l’Hotel Aquapura a Monsaraz, 2007-11, il Museo del Parque de los Cuentos a Malaga, 2007-11, la Nuova sede di Energias De Portugal a Lisbona, 2008-11, la riqualificazione del Parque Mayer e Jardim botânico a Lisbona, 2007-11. Nel 2010 i fratelli Mateus sono stati invitati dalla curatrice della 12ª Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, Kazuyo Sejima, a partecipare all’esposizione People meet in Architecture, nell’ambito della quale hanno presentato l’installazione Voids.
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