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‘Il rammendo delle periferie’, nuova mission dell’architettura moderna

L’esempio più eclatante è stato Detroit, capitale dei motori a stelle e strisce, ma la situazione interessa molte delle grandi città del mondo. Il recupero delle periferie è un’operazione complessa, che mette assieme urbanistica e modelli di sviluppo economico, soggetti pubblico/privati promotori ed estetica della città, dei suoi palazzi e degli spazi pubblici. Una sintesi di discipline diverse dove l’architettura può e deve avere un ruolo da protagonista e deve essere chiamata a dare risposte a quelle tante metropoli e città del mondo dove sono tante le aree che necessitano di qualificati interventi immobiliari ed edilizi.

Il 18 luglio 2013 la città di Detroit ottiene dal Tribunale il Chapter 9, una sorta di concordato in continuità per tutelare il proprio residuo patrimonio dalle pretese di creditori che vantano crediti verso la stessa municipalità nell’ordine dei 18-20 miliardi di dollari. Procedura concorsuale concessa solo a fronte di uno dei piani di ristrutturazione più draconiani mai registrati, che ha interessato sia il livello di servizi erogati alla cittadinanza, che il numero dei dipendenti fino ad arrivare al profilo stesso della città. In termini urbanistici, le periferie divenute deserte dalla chiusura delle fabbriche e dai sobborghi resi disabitati dalla fuga dei cittadini verso altri luoghi alla ricerca di un lavoro, hanno subito una profonda trasformazione, secondo la logica di restituire alla natura molte delle aree più esterne, concentrare nel centro della città tutte le diverse attività – questo anche con evidenti vantaggi in termini di costi di gestione – riqualificare quelle parti di downtown trasandate per riportare a nuova vita e a nuovi abitanti. Oggi Detroit, grazie anche alla ripresa del mercato automobilistico, è una città che ha ripreso nuovo vigore e nuova attrattiva.

Se Detroit è senza dubbio un caso limite, il numero e la dimensione delle periferie degradate nei cinque continenti ha dimensioni di assoluta importanza e rilievo. Il veloce processo di inurbamento, modelli costruttivi desueti, modelli di aggregazione cittadina troppo datati, eccessiva anzianità degli immobili stessi sono solo alcune delle cause dell’attuale degrado di grandi porzioni di città, vicine e lontane a noi. Un tema di grande importanza che intreccia dimensioni sociali, progettuali, abitative, demografiche, di public policy che vedono nell’architettura e nell’urbanistica i due fulcri su cui poggiare. Del resto, questo è un problema sentito a tutto le latitudini da parte delle menti più brillanti ed attente ai processi in atto. Lo ritroviamo anche nell’iniziativa posta in essere da Renzo Piano con il suo ‘rammendo delle periferie’. Attraverso un anonimo concorso, il senatore a vita della Repubblica Italiana ed architetto protagonista di alcuni dei capolavori del XX e XXI secolo, ha creato un team di sei giovani architetti a cui ha affidato il compito di riportare ad agibilità ed utilizzo pubblico alcune porzioni di tre città italiane: Torino, Roma e Catania. Laboratori dove questi giovani architetti, sotto la guida di tutor esperti quali Mario Cucinella, Massimo Alcis e Maurizio Milan, hanno analizzato e proposto interventi volti a recuperare alla vita sociale ed urbana specifici spazi della città. Non un’attività di secondo piano o di ripiego, ma come ha ricordato lo stesso Renzo Piano, una funzione primaria perché “le periferie saranno le capitali di domani”.

Interventi su grande scala come quelli che riguardano le periferie richiedono il coinvolgimento di una pluralità di soggetti che a diverso titolo sono chiamati ad intervenire. Architetti ed urbanisti per le soluzioni progettuali, pubblica amministrazione per incentivare e validare gli interventi, ma anche developper immobiliari – presenti nei paesi di cultura anglosassone ed in Asia, molto meno in Europa ed Italia – ed istituti di credito per realizzare e finanziare gli interventi. Ad un ruolo da protagonista sono chiamate anche le industrie che producono i materiali per l’edilizia, tra le quali l’industria italiana delle piastrelle che, grazie ad anni di ricerca e ad un numero crescente di referenze in Italia e nel mondo, ha tutte le carte in regola per confermarsi partner dell’architettura ed urbanista del XXI secolo. Lastre di grande dimensioni, materiali spessorati o sottili, texture e design in qualsiasi declinazione, ricercati cromatismi, ma anche caratteristiche intrinseche del prodotto superiori a quelle di tante altre soluzioni sono tutti atout che mettono sui blocchi di partenza il Ceramics of Italy.

23 Febbraio 2015

[ Editoriale di Cer Magazine NEWS n. 1-2/2015, e-magazine di Ceramics of Italy ]

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