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I “sindaci” delle nuove città del mondo

di Simona Storchi

Nel vecchio Continente l’idea di costruire ex novo una città non è più ipotizzabile, ma si procede con restyling di porzioni urbane, valorizzazioni di quartieri, di periferie e di centri storici.
Gli ultimi grandi interventi sulla carta, in Europa, furono quelli del dopo Guerra per dare risposte all’emergenza abitativa. Le nuove città oggi sorgono in Oriente: in Cina, è allo studio la costruzione di 400 new town e in India è stato calcolato che per assorbire la crescita demografica dei prossimi anni saranno necessarie 200 nuove città.
Paesi, questi, in cui il settore privato ha scippato agli amministratori il ruolo del city leader.
Quanto influisce questo cambio di leadership sulla qualità e lo sviluppo? Michelle Provoost, direttore dell’International Town Institute – think tank no-profit specializzato in urbanistica
e comunità urbane, con sede ad Almera, nei pressi di Amsterdam – spiega come in Asia il ruolo del governo locale, nello sviluppo urbanistico, sia già stato assunto ampiamente dal settore privato, nello specifico da imprese multinazionali. “La nuova generazione di città asiatiche è nata, a differenza delle new town del Vecchio Continente, interamente sotto l’egida del privato, senza l’apporto delle istituzioni, delle associazioni e delle organizzazioni locali, che invece in Europa hanno contribuito attivamente assieme  alla crescita economica, alla modernizzazione, all’emancipazione e ad una equa distribuzione di ricchezza e di sapere”. Con un prodotto interno lordo in continua crescita e ritmi analoghi di urbanizzazione, è chiara la relazione fra i due aspetti.
“E’ in particolare la classe media asiatica, che sta vivendo un sensibile miglioramento del suo status, a scegliere di trasferirsi nelle nuove città, per convenienza e interesse, per avere una qualità della vita più elevata e maggiore sicurezza”. Ma quali sono le caratteristiche di queste nuove città? Michelle Provoost ne analizza alcune, esperimenti  nei settori dell’economia,
della governance  e della tecnologia.
Tra le smart city il modello è la coreana New Songdo, sviluppata e finanziata da un developer americano, Stan Gale.
“Questa tipologia di città è definita ‘città in scatola’ dove tutti i sistemi – residenziale, medico, educativo, economico e informativo – sono connessi tra loro.
Questa connettività totale rende l’amministrazione più efficiente e consente ai suoi residenti uno stile di vita comodo e conveniente, ma soffre di mancanza di privacy e sconta elevati livelli di controllo.
La ‘città in scatola’ è caratterizzata da un marketing che punta sulle numerose possibilità di business legate all’ICT e sulla sostenibilità ambientale”.
Sul fronte della governance il modello preso in considerazione è la città indiana di Lavasa, completamente legata a capitali e developer privati, area suburbana popolata dalla classe media in uscita dalla vicina Pune.

Lavasa

Lavasa

“Il progetto è stato studiato per rispondere alle richieste delle famiglie borghesi, attratte dalla sicurezza, strade pulite e da uno stile architettonico essenziale e accattivante.
Lo sviluppatore ha finanziato le infrastrutture (ha costruito anche la strada che connette Lavasa a Pune), offrendo uno stardard di qualità della vita impensabile in India e creando un modello di business, oltre che di area urbana, in cui la corporation è in partnership con una cinquantina di società ad alta e bassa tecnologia che forniscono tutti i servizi pubblici cittadini”. Quello che è stato fatto è dunque “riformare la governance” diventando una città-prototipo in India, costruita ex novo sulla base delle migliori best practice del mondo.
Poi c’è il modello della città commerciale, voluta e progettata dai developer come un prodotto da vendere e su cui guadagnare a 360 gradi.
A Londra la riqualificazione dell’area di Strand East è stata finanziata dall’Inter IKEA: la multinazionale del mobile ha ridisegnato completamente la zona secondo il tipico design inclusivo e su piccola scala del brand svedese. Allo stesso modo sta nascendo PlanIT Valley, in Portogallo, una città costruita attorno ad un nuovo modello finanziario, organizzativo e di design che si basa sull’infrastruttura tecnologica della società Living PlanIT: un sistema operativo che gestisce tutti gli aspetti della vita cittadina e una rete di centinaia di partner connessi in un ecosistema integrato basato su questa piattaforma IT. “E’ evidente che lo scenario è cambiato – commenta Provoost – e che le esperienze asiatiche sono per gli europei dei laboratori in cui studiare nuove strategie finanziarie, luoghi in cui investire e in cui sperimentare nuove forme di sostenibilità.
Il ruolo del settore privato è cresciuto e in alcuni casi si è sostituito al pubblico. Ciò deve servire ai governi locali e ai suoi city leader, qui nella vecchia Europa, per capire che oggi è necessaria una visione strategica lungimirante e che l’attrattività e la competitività di una città verrà misurata dalla sua identità, dalla visione che rappresenta e dalla qualità della vita che saprà garantire a tutti i livelli: tutti aspetti che hanno decretato il successo o il fallimento delle nostre città”.  Le domande a cui i city leader devono rispondere oggi sono “quale sarà la qualità e il valore della città nel lungo periodo?”, “come e in quale modo verrà governata?”, “l’obiettivo è l’efficienza e il controllo o si vuole anche una società inclusiva, flessibile, dinamica?”.

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