( ! ) Warning: include_once(C:\wamp\www/wp-content/themes/ceramiche-smart/intpage-menu-.php): failed to open stream: No such file or directory in C:\wamp\www\wp-content\themes\ceramiche-smart-child\single.php on line 8
Call Stack
#TimeMemoryFunctionLocation
10.0000139296{main}( )..\index.php:0
20.0000141352require( 'C:\wamp\www\wp-blog-header.php' )..\index.php:17
31.327828440584require_once( 'C:\wamp\www\wp-includes\template-loader.php' )..\wp-blog-header.php:16
41.343428476176include( 'C:\wamp\www\wp-content\themes\ceramiche-smart-child\single.php' )..\template-loader.php:74

( ! ) Warning: include_once(): Failed opening 'C:\wamp\www/wp-content/themes/ceramiche-smart/intpage-menu-.php' for inclusion (include_path='.;C:\php\pear') in C:\wamp\www\wp-content\themes\ceramiche-smart-child\single.php on line 8
Call Stack
#TimeMemoryFunctionLocation
10.0000139296{main}( )..\index.php:0
20.0000141352require( 'C:\wamp\www\wp-blog-header.php' )..\index.php:17
31.327828440584require_once( 'C:\wamp\www\wp-includes\template-loader.php' )..\wp-blog-header.php:16
41.343428476176include( 'C:\wamp\www\wp-content\themes\ceramiche-smart-child\single.php' )..\template-loader.php:74

Eduardo Souto de Moura, architettura minimale

di Alessandra Coppa

“La sua opera è una prova convincente delle moderne potenzialità espressive del linguaggio e dell’adattabilità alle diverse situazioni locali. Sempre attenta al contesto, inteso nel suo senso più ampio, e fondata nel luogo, nel tempo e nella funzione, l’architettura di Eduardo Souto de Moura rafforza il senso della storia e nel contempo espande il potenziale dell’espressione contemporanea”.

Questa, la motivazione per l’assegnazione a Eduardo Souto de Moura del prestigioso Pritzker Architecture Prize 2011, il secondo architetto portoghese a riceverlo dopo Alvaro Siza nel 1992 (quest’anno Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia) con il quale Souto de Moura ha lavorato dal 1974 al 1979.
Con Siza e Fernando Távora, Souto de Moura condivide la visione generale dell’approccio all’architettura, dalla negazione della teoria come centro del discorso architettonico, all’attenzione del contesto in senso soggettivo-ambientale, dalla riscoperta dei valori della concretezza e del realismo impliciti nel mestiere, alla elementarità del linguaggio che li lega sia alle avanguardie concettuali della scultura contemporanea sia alla tradizionale produzione edilizia portoghese, basata sulla razionalità e sull’aspetto pragmatico della costruzione.

Negli anni ottanta, le sue case unifamiliari, coraggiose perché “normali”, non si piegano all’omologazione postmoderna. Col tempo, la profonda coerenza della sua architettura, giocata su semplici geometrie fatte di pieni e di vuoti, che sa dialogare profondamente con lo spirito del luogo, del paesaggio, del sito, si è estesa dalla scala domestica alla scala urbana.

Nei suoi progetti, dal SEC di Porto, a Santa Maria do Bouro, dalle celebri case-patio, al poderoso stadio di Braga, alle stazioni della Metro di Oporto, fino al più recente Museo intitolato alla pittrice Paula Rêgo a Cascais, completato del 2008 – un gruppo di volumi piramidali dal cemento rosso, nascosti dagli alberi – utilizza i materiali naturali e tradizionali o complesse tecnologie di assemblaggio oppure tecniche artigianali senza nostalgie ma con un intento nel segno dell’efficacia.

Opere in grado di rielaborare le tipologie edilizie tradizionali senza stravolgerle, superando il paradigma dell’architettura portoghese come puro fenomeno regionale.

Souto de Moura è attento alla verità e all’autenticità dei materiali che vengono inseriti con abilità espressiva non comune nel processo costruttivo, dalla pietra, al rame, dal cemento al legno come nel Centro Culturale di Porto, fino alla ceramica adottata per la Metro di Oporto che ha contribuito a dare un nuovo significato allo spazio pubblico modificando marciapiedi, tessiture e percorsi.

Incontriamo Eduardo Souto de Moura all’Accademia di Architettura di Mendrisio dove quest’anno è visiting professor di un corso di progettazione.

Lei fa parte di un gruppo di architetti portoghesi che si sono formati sotto la personalità di Távora e di Siza; tuttavia la sua ricerca progettuale appare autonoma anche se sembra proseguire un percorso comune. Esiste una Scuola di Porto? Esiste una autonomia o una continuità progettuale? Se ne può ancora parlare?

Se ne parla molto di questa Scuola di Porto, di Távora, Siza, Souto de Moura. C’è qualcosa di simile, ma non una vera e propria “scuola”. Esiste un ambiente, una cultura che lega queste generazioni, ma anche un vincolo di amicizia: lavoriamo spesso tutti insieme, abbiamo anche gli stessi gusti. Per scuola intendo un’istituzione dove si fa didattica, dove si parla delle regole, dove si fa una divulgazione. Noi facciamo architettura, discorsi teorici non formali… una complicità che si basa su una dottrina non scritta, quasi socratica. E vero però che è facile identificare gli studenti di Siza.

In che modo l’influenza dei suoi maestri è tuttora presente nel suo modo di lavorare?

Penso che la lezione di Távora sia presente nel mio lavoro; la metodologia e il punto di partenza sono quasi gli stessi: la comprensione dell’edificio, il disegnare, lo stabilire un programma e un’attitudine simile nei confronti della storia. Ma arriviamo poi a un punto in cui tutte le prime azioni sintetiche non sono sufficienti e si deve decidere con scelte individuali. Il metodo di lavoro di Siza, per come io l’ho visto lavorare, consiste nel dare tante indicazioni, adatte alla situazione, perché fare l’architettura significa riuscire a risolvere dei problemi, sapere come fare e sapere quali strumenti abbiamo per risolverli; fare uno schizzo, se è necessario, e se non si riesce con lo schizzo allora fare un plastico e se non ci si riesce, allora farne uno più grande.
Il mio lavoro è individuare i problemi e cercare di risolverli con gli strumenti che ho. Ma dal punto di vista formale, per il catalogo mentale delle forme che uso, penso di essere più vicino a Távora che a Siza. Távora è come un grande professore, si può usare la sua didattica, Siza è più artista.

Quanto è determinante per la sua architettura il “contesto”, il principio insediativo, il progettare all’interno di uno specifico paesaggio…

Stiamo vivendo in un periodo in cui l’architettura è pensata come un oggetto autosufficiente. A me piace questa definizione del “bello”: il bello come corrispondenza tra due cose diverse. Per me è importante che l’oggetto architettonico abbia la giusta corrispondenza con il contesto; creando con il costruito un rapporto in negativo si sbaglia. Il luogo diventa bello, se dove prima c’era un problema, si crea un nuovo equilibrio. Quando inizio un progetto, vado nel luogo, guardo con un occhio socchiuso, aspetto… è come fare un patto con il diavolo!

Lei disegna molto. È importante il disegno per riuscire ad appropriarsi del genius loci?

Ho lavorato molto con Siza, sono stato studente di Távora; la scuola ci imponeva di “fare il disegno del luogo”. Quando disegni il luogo, lo capisci, se disegni male non capisci niente. Il disegno è un ottimo strumento, ma può anche essere pericoloso.

Quando lavoravo da Siza, se avevo un dubbio, non potevo fare una domanda, non potevo usare le parole, ma dovevo disegnare. Per capire il mio lavoro devo usare le regole della mia disciplina. Se c’è bisogno di un’informazione, c’è un altro disegno che mi fa aumentare l’informazione. Il parlare è concettuale. Le parole creano solo una dialettica, il disegno invece suggerisce nuovi concetti.

Il disegno è la disciplina più importante. Gli studenti a Oporto devono imparare a disegnare una cattedrale, ma anche un animale; se non si supera il corso di disegno non si va avanti al secondo anno.

Qual è il suo rapporto con l’antico, con il restauro, con il progettare su un edificio esistente per cambiarne la destinazione d’uso…

Non credo nella sacralità dell’esistente, nella conservazione a tutti i costi, perché la storia è tutto il contrario. La storia dell’architettura è la storia del riutilizzo degli edifici. La città è il collage di tutte queste stratificazioni. Come diceva Aldo Rossi, la bellezza della città sta nella sovrapposizione del tessuto e dell’immagine. Con il passare degli anni ho capito che l’edificio è un animale vivo, che è cambiato nel tempo, a volte bene, a volte male. Se oggi abbiamo la tecnologia dobbiamo applicarla, e farlo bene, perché queste sono le possibilità che abbiamo. Il problema sta poi nella scelta della figura che dobbiamo ottenere, se deve contrastare con l’antico, o se deve invece appartenere alla stessa famiglia.

È sempre stato definito “l’architetto del muro e della pietra”, ma questo mi sembra assolutamente limitativo, la sua ricerca è molto più complessa…

Quando ho cominciato a lavorare come architetto, alla fine degli anni settanta, per il mio primo progetto (il Mercato di Braga), realizzare un muro di pietra, era più economico che fare dei muri in cemento. La verità è questa, puramente pragmatica. Poi mi è piaciuto il colore, la tessitura. Il mio professore mi diceva: “Voi dovete essere responsabili perché siete l’ultima generazione che lavorerà la pietra”.

Il muro crea un limite. Che significato ha per lei la permeabilità tra interno ed esterno?

Il muro per me è importante per questo. Durante la mia formazione ho scelto il linguaggio neoplastico perché è frammentario e astratto; questo mi sembrava molto efficace. Applicando invece il linguaggio classico, con la finestra e la porta, mi pareva che la costruzione diventasse debole, senza spessore. Al muro posso dargli lo spessore che voglio e poi applicare il materiale più appropriato per ottenere un effetto pittorico. Le porte e le finestre sono un non-muro.

Per questi motivi lei è stato infatti definito un architetto neo-miesiano, proprio per questa giustapposizione tra plasticismo e classicismo…

Perfetto. È un onore. A me piace il neoplasticismo, non mi interessano i colori di Mondrian, ma piuttosto la tecnica della composizione, perché con due elementi, un vetro e un muro, posso dare forma allo spazio, una forma molto pragmatica. In effetti utilizzo un vocabolario molto pragmatico. Progettare lo spazio con i setti murari mi ha sempre permesso di evitare degli errori di scala che si percepiscono subito se nel progetto si inserisce una porta o una finestra. All’inizio venivo molto criticato per la mia essenzialità progettuale, tanto che mi dicevano: “Eduardo fa i garage per i ricchi”.

Partendo dalla materia Lei riesce ad arrivare in modo diretto alla fisicità delle cose. Mi sembra che nel suo metodo progettuale non contempli una costruzione teorica a priori.

Io non cerco una giustificazione a priori del mio progetto. È come la storia dell’uovo e della gallina: sono sicuro che viene prima l’uovo poi la gallina, l’uovo è il progetto, il fatto concreto. Produco arbitrariamente dei progetti, dopo verifico la loro validità. Cos’è il progetto? È l’esperienza di trovare il nesso tra due elementi. Il progetto è lo sviluppo di una forma, e trovare i motivi per quelle scelte. Posso lasciare che il progetto sia arbitrario, al contrario posso convincere che sia logico, ma posso fare anche in un altro modo. Io parto da un disegno surreale, di solito, prima di vedere il luogo, faccio il progetto, poi vado nel sito per capire, e verifico se quello che ho fatto può essere portato avanti. Di solito non funziona! Una cosa curiosa è che io ho progettato edifici che non sapevo in realtà come funzionassero: ho fato lo stadio di Braga ma non ero mai stato in uno stadio. Per poter fare il progetto ho visitato gli stadi in Portogallo, a Siviglia, a Bari, in Francia. Ora ho vinto due concorsi per due ospedali. In questo caso, ho chiesto la collaborazione di uno studio di Barcellona che è il migliore in questo campo. Io lavoro così.

Ha preconcetti nella scelta dei materiali per i suoi progetti?

Purtroppo la regola è data dal mercato. Ora non posso usare la pietra come potevamo fare prima. Il problema è come usi il materiale: tu devi mostrare che è falso, se utilizzo la pietra come rivestimento faccio vedere lo spessore. Non mi preoccupo di evocare un materiale o che un materiale sia autentico a tutti i costi: se ho problemi economici, adopero il materiale disponibile.

Nelle sue architetture ha sempre dimostrato una particolare sensibilità espressiva nella scelta del materiali. Ha utilizzato molto anche la ceramica nella metropolitana di Oporto, in particolare nella fermata di Bolhão dove la ceramica tradizionale iperdecorata in blu della facciata della chiesa antica accanto dialoga con la purezza della stereometria del volume in bianco dell’edificio, per il quale sono state scelte formelle dello stesso formato.

Il Portogallo è uno dei paesi della ceramica, un materiale antico che consente continue reinterpretazioni. Quando nel passato si voleva cambiare il linguaggio architettonico si usava la forma del periodo anteriore. Per esempio alle architetture barocche venivano applicate le ceramiche. Il Portogallo ha un’architettura pittorica.

Cosa significa per Lei fare architettura?

Távora diceva che l’architettura è un modo di vivere. Quando andava in un ristorante e  mangiava bene diceva: “questa è architettura”; andava in libreria, ti regalava un libro e diceva: “questa è architettura”. La vita è architettura; l’architettura non è una professione, ma un modo di vivere.

Back