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Bijoy Jain. Pensieri in costruzione

di Alessandra Coppa

Il fare, il processo, l’idea di lavorare collettivamente con lo spirito della bottega, è il fine e il metodo che Studio Mumbai mette al centro della progettazione. Tanto che guardando il risultato e le modalità del loro “mestiere” si rimane spiazzati dalla inusuale “normalità” degli schizzi, dei plastici e delle fotografie che dovrebbero essere invece la base della buona progettazione. Studio Mumbai è uno studio-laboratorio situato in India, a sud di Mumbai.
È inedita e intenzionale la scelta di presentarsi come “un collettivo di architetti-artigiani” e di scegliere un nome generico al posto di celebrare la figura del suo fondatore, Bijoy Jain (già relatore di “costruire, abitare, pensare” a Cersaie 2011).
Qui le idee si concretizzano attraverso un processo basato su un dialogo condiviso in grado di integrare il pensare e il fare architettura, esito di un’attenta considerazione del luogo e di una pratica che attinge da competenze tradizionali, da tecniche di costruzione locali con l’utilizzo di materiali naturali. Un’architettura che, senza essere autoreferenziale, trasforma i pensieri in costruzione.
Quella dello Studio Mumbai è architettura molto lontana dagli eccessi e dagli “iconismi” ai quali siamo abituati nella nostra contemporaneità.
La densità espressiva “organica” che caratterizza le opere dello Studio Mumbai sembra contrastare l’omologazione del linguaggio architettonico contemporaneo.
Studio Mumbai resiste alla globalizzazione opponendosi come, l’ha definita Bijoy Jain, “una infrastruttura umana di abili artigiani e architetti che progettano e costruiscono l’opera direttamente”.

Alla XXII Biennale d’Architettura di Venezia Studio Mumbai è stato premiato con una menzione speciale per l’installazione “Work-Space” che presentava una riproduzione in scala reale del contesto creativo del vostro atelier: uno sguardo molto intimo sul metodo e sulla pratica che riesce a fondere le competenze di architetti e artigiani.
Come avviene questo dialogo durante le fasi di progettazione e costruzione?

«Le persone che costruiscono con noi hanno una straordinaria capacità di assorbire e partecipare attivamente. Conosco il potenziale dei miei collaboratori e so come ottenere note uniche da loro. Il capo falegname è la persona più importante nel mio Studio. Una persona che lavora con la cura per il dettaglio.
Voglio coltivare le persone di quel calibro per creare risorse nuove nel nostro settore.
La maggior parte della nostra generazione non è abituata a lavorare con le mani. Desidero ridare dignità alla pratica artigianale.»

Qual è il suo ruolo nel suo Studio multidisciplinare?
«Il mio ruolo nello Studio che ho aperto sedici anni fa, è un po’ quello di un direttore d’orchestra di un gruppo che lavora collettivamente fra la tensione alla tradizione del costruire e la velocità dell’architettura contemporanea. Il progetto, secondo noi, è una sorta di ibrido tra questi poli, un movimento libero, come una danza. Il valore di fondo del nostro metodo di lavoro è quello di sapere interagire, di esprimerci per accumulazione, per strati complessi, come in una banda larga. Le nostre architetture sono realizzate collettivamente mettendo a servizio le nostre capacità per un operare che trascende le singole capacità. E se il creatore diventa anonimo, non importa!
Ho compreso l’importanza del lavoro collettivo anche a costo di poter tradire le mie idee iniziali riguardo al progetto. Quello che viene creato durante il processo è molto più interessante e complesso».

Lei ha fondato Studio Mumbai nel 1995 dopo un lungo periodo di formazione negli Stati Uniti. Come è riuscito a conciliare l’internazionalizzazione dell’architettura moderna con le tecniche e i riferimenti a quella locale senza cedimenti al vernacolare?
«Mi sento a casa in India, conosco le tradizioni, il posto. Nonostante la mia formazione sia avvenuta in un ambiente accademico e professionale dominato da ideologia moderna, una volta che mi sono stabilito di nuovo in India, sono stato affascinato dall’architettura locale. Senza nostalgie ho tuttavia vissuto una specie di conflitto tra due mondi, tra quello americano e quello delle mie origini che si è risolto nell’empatia, nel confronto disciplinare. Studio Mumbai è un gruppo di architetti e artigiani che collaborano insieme, dialogando nello stesso processo. È per me un luogo dove collaborare, un luogo di ricerca dove i materiali, l’ambiente, il paesaggio, lo spazio, l’architettura sono, in termini di conoscenza condivisa, luoghi di apprendimento dove c’è un continuo processo di costruzione e creatività. È questo, secondo me, il valore dello Studio Mumbai. Il lavoro del nostro Studio si basa su una costante mediazione tra le pratiche di costruzione tradizionale e le esigenze della modernità e della cultura contemporanea. Sono interessato a trovare un punto in cui i due mondi si sovrappongono, e nella costruzione di una sorta di ponte tra me e le persone che lavorano con me».

Metodo di lavoro del vostro Studio si basa dunque sull’idea di cooperazione in una sorta di comunità…
«Vedo la cooperazione come una sorta di danza collettiva e armonica, senza interruzioni e in continuo cambiamento grazie alle intuizioni diverse e diverse forme fisiche e la posizione di ogni singola persona.
Quindi, l’idea di cooperazione è come un incontro di singole entità che si stanno muovendo insieme verso un unico obiettivo: la danza è l’obiettivo principale e comune. Una comunità è come uno spazio regolato attraverso l’osservazione, l’esperienza, l’intuizione, la memoria e la capacità di anticipare gli altri».

Come avviene lo sviluppo di un progetto?
«Ogni progetto viene sviluppato in relazione al contesto e ai mezzi a disposizione. Qualsiasi cosa può essere un mezzo di espressione e di ispirazione: un modello, una traccia musicale, un colore, un materiale, un paesaggio.
Ognuno di questi può scatenare il processo di costruzione del linguaggio. Il punto di partenza è sempre diverso ma ci possono essere delle sovrapposizioni: un progetto può sconfinare in un altro, anche se non in termini fisici ma in termini di approccio. Il valore fondamentale è che in qualunque modo il progetto venga concepito e realizzato, deve essere condiviso apertamente, lasciando che molte persone partecipino al dialogo.

Nelle vostre opere è sempre ricercato il rapporto tra il progetto con la storia e la memoria del luogo e in questo senso riuscite a interpretare con una particolare sensibilità i materiali per ottenere il massimo dalle risorse limitate. Realizzazioni come Palmyra House (Nandgaon, Maharashtra, 2007), Leti 360 Resort (Leti, Uttaranchal, 2007) Copper House II (Chondi, Maharashtra, 2011) – che hanno aggiudicato allo Studio Mumbai l’ultimo prestigioso BSI Swiss Architectural Award, poiché si sono distinte per “la particolare sensibilità al contesto paesaggistico, ambientale e sociale, contribuendo al dibattito e alla pratica architettonica contemporanea” – sono immerse nella natura indiana e sembrano generate dal sito. Si estendono in pianta in orizzontale generando geometrie elementari nelle quali l’aspetto materico è centrale. Che importanza ha il contesto nella progettazione?
«Sono stato attratto dall’idea che un progetto non possa che anticipare, e solo in modo parziale, il potenziale di un processo che si deve secondo me invece completare e arricchire solo nel contesto. In ogni progetto ci sforziamo di instillare l’idea dell’esistenza di un universo più complesso in cui le forze si estendono dall’interno e dall’esterno. Il flusso generato dal progetto è sempre influenzato dal tempo e dal luogo. È questa tensione che intendiamo esprimere nel nostro lavoro».

Fondato da Bijoy Jain, Studio Mumbai è una struttura costituita da abili artigiani e architetti che progettano e costruiscono direttamente le loro opere. L’essenza del lavoro di Studio Mumbai consiste nella relazione tra paesaggio e architettura. La sua sfida risiede nel dimostrare, nel campo della creazione architettonica, il potenziale insito nel processo di dialogo collettivo e di condivisione diretta delle conoscenze. Bijoy Jain è nato a Mumbai, India, nel 1965 e si è laureato nel 1990 alla Washington University di St. Louis, USA. Ha lavorato a Los Angeles e a Londra tra il 1998 e il 2005, quando è tornato in India per fondare il proprio studio. L’opera di Studio Mumbai è stata esposta alla XII Biennale di Venezia e al Victoria & Albert Museum e ha ricevuto importanti riconoscimenti tra i quali nel 2009 il Global Award in Sustainable Architecture; inoltre sono stati vincitori della terza edizione del BSI Swiss Architectural 2011-2012.